“Il sapere tradizionale è stato un parto casuale della carta”. Appunti da David Weinberger

Come un post-it digitale o un taccuino promemoria. Un segnalibro per non perdermi i più diversi spunti, e un modo per raccogliere le migliori riflessioni.

 

Come abbiamo fatto fino ad oggi a creare un “corpo della conoscenza”? E cosa succede se cambia il medium attraverso cui la conoscenza viene organizzata, salvata e tramandata?

David Weinberger risponde così. Un breve estratto da La stanza intelligente. La conoscenza come proprietà della rete:

 

Weinberger2“Le persone studiano sodo, diventano esperte di particolari settori. Acquisiscono credenziali – titoli accademici, pubblicazioni, l’eventuale premio Nobel – che ci permettono di riporre più fiducia in loro. Scrivono libri, tengono corsi e vanno in tv, di modo che possiamo beneficiare tutti del loro grande impegno. I risultati di questo lavoro passano attraverso processi di controllo adeguati al tipo e all’importanza delle loro affermazioni, fornendoci ulteriori garanzie sulla loro accuratezza. A mano a mano che che si fanno e vengono convalidate nuove scoperte , il corpo della conosceza cresce; ed è su questo che noi costruiamo il nostro sapere , in un processo multigenerazionale che, malgrado gli occasionali passi falsi, ci fa avanzare nella nostra comprensione del mondo. La conoscenza è un tesoro, conoscere è l’attività umana per eccellenza[...].

Siamo cresciuti pensando che la conoscenza funzioni così. Ma, come sta rilevando l’era digitale, così è come funzionava quando il suo mezzo era la carta: trasformando il medium tramite cui sviluppiamo, conserviamo e trasmettiamo il sapere, trasformiamo anche la conoscenza.

[...]

Internet semplicemente non ha gli elementi richiesti per creare un corpo della conoscenza: nessun redattore e curatore che decida che cosa è ammesso e cosa no; nessun muro concordato per farci sapere che la conoscenza comincia qui, mentre fuori regna l’incertezza (o almeno, nessun muro accettato da tutti…). Non c’è praticamente traccia della permanenza, della stabilità e della fedeltà alla comunità che un corpo della conoscenza richiede e implica. Internet è quel che si ha in una situazione in cui tutti sono redattori, e tutto è collegato.

Il sapere tradizionale è il risultato che si ottiene quando il medium è la carta; non c’è nulla di mistico in questo. Per esempio se il vostro mezzo non vi permette di correggere facilmente gli errori, il sapere tenderà a essere vagliato con cura: se pubblicare è costoso creerete dei meccanismi che selezionino gli aspiranti autori; se pubblicate su carta, creerete dei depositi centralizzati dove immagazzinare i libri: la proprietà della conoscenza come un corpo di opere passate al vaglio deriva direttamente dalle proprietà della carta. Il sapere tradizionale è stato un parto casuale della carta.

[...]

Dobbiamo allora capire cosa conservare del vecchio paradigma e quali trappole e tentazioni della nuova tecnologia evitare. Sta emergendo una nuova strategia per conoscere il mondo, ma non siamo passivi davanti al suo arrivo”.

14. settembre 2014 by Francesca Carabini
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Il lavoro e la tecnologia: quando una macchina sostituisce l’uomo

Un video interessante di 15 minuti sul rapporto tra il mondo del lavoro nel corso della storia e l’elemento tecnologico che ha sempre teso ad alleggerire il lavoro umano fino a sostituirlo.

L’uomo costruisce da sempre oggetti e tecnologie per alleggerire il carico di lavoro, e da sempre categorie di lavoratori vengono minacciate dalla sostituzione con le stesse tecnologie:

History is filled with workers who fought technology that would replace them and the workers always loose. Economics always wins“.

 

Fonte: Come CI trova il lavoro oggi? di Massimo Chiriatti su Nòva

22. agosto 2014 by Francesca Carabini
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Il self-publishing (non) è per tutti: come auto-pubblicarsi nell’era digitale

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Ho scritto una cosa in self-publishing sul self-publishing, ecco perché:

Questo è un post intimo e riguarda il mio percorso individuale. Una crescita che nell’ultimo anno mi ha permesso di avvicinarmi e analizzare da vicino tante tematiche e di seguire quelle che sono le mie passioni, l’editoria, i libri, la diffusione di contenuti nei modi più disparati, Internet, i blog, i social network e tanto altro ancora.

Lavorando online ho fatto tante nuove conoscenze e ho imparato a vivere attivamente la rete come una parte importante della mia quotidianità, come un luogo. Ho imparato tante cose, e ho scoperto che per me il valore della Rete risiede nelle persone che la abitano. E l’ho capito grazie ad alcune di queste persone che mi hanno mostrato una faccia diversa di Internet, quella fatta di relazioni personali e di collaborazioni, quella che ti permette di condividere, lavorare e divertirsi con chi magari non hai nemmeno mai visto di persona. Alla fine ho deciso di raccogliere le cose che ho imparato in un testo poi pubblicato in self-publishing e questo è il risultato.

Quindi grazie di cuore a Giuseppe Granieri a Letizia Sechi ad Alessandro CarabiniAlice Braggion e Marina Morra che mi hanno aiutata e supportata in questo percorso. 

 

DOVE TROVARE IL TESTO:

Potete scaricarlo da Amazon: Il self-publishing (non) è per tutti. Come auto-pubblicarsi nell’era digitale

Qui trovate la scheda libro di Goodreads: Il self-publishing (non) è per tutti! Come auto-pubblicars nell’era digitale

 

06. agosto 2014 by Francesca Carabini
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Le abitudini dei grandi scrittori

Navigando online si possono trovare tante cose interessanti, e quest’illustrazione di Wendy MacNaughton era decisamente troppo carina per non pubblicarla!

Si tratta di un’immagine  sugli SPUNTINI di alcuni grandi scrittori.

Non vi siete mai chiesti cosa usavano Marcel Proust o Emily Dickinson per rifocillarsi alla mattina durante i momenti di attività creativa?

L’illustrazione è stata pubblicata qualche tempo fa dal New York Times in Snacks of the Great Scribblers:

 

LA COLAZIONE DEGLI SCRITTORI

 

Per restare in tema un’altra infografica rappresenta come le grandi personalità della storia organizzavano e trascorrevano le loro giornate, scopriamo che se Beethoven componeva principalmente di mattina, Mozart dormiva soltanto 5 ore per notte, mentre Le Corbusier trascorreva più di due ore ogni mattina per fare colazione con sua moglie. Per vederla meglio è necessario ingrandirla cliccandoci sopra, oppure si può risalire direttamente  al link originale Creative Routines.

 

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14. luglio 2014 by Francesca Carabini
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Social reading: saranno gli ebook i social network di domani? qualche link di riferimento

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[Foto presa da qui]

La condivisione delle proprie letture non è certo un’attività nata grazie ai social network. I gruppi di discussione sui libri esistono da tantissimo tempo. Probabilmente la volontà di condividere le proprie esperienze risiede nella natura sociale dell’uomo, che si tratti di libri, film, musica o qualsiasi altra cosa. Internet e i social network forniscono semplicemente un modo ulteriore per farlo. Le funzionalità che permettono questo tipo di interazione e di condivisione vengono sempre più integrate all’interno dei dispositivi di lettura e degli stessi testi. Testi che in questo modo possono divenire piattaforme di comunicazione, luogo di discussioni e scambi di opinione, veri e propri social network.

 

In un articolo dell’estate scorsa E-book Could be the Future of Social Media Henrik Berggren e David Kjelkerud, fondatori dell’applicazione di social reading Readmill, raccontavano al giornalista di Fast Company l’idea di integrare l’elemento social direttamente al testo di lettura dei dispositivi mobili attraverso l’utilizzo di un’applicazione, (appunto Readmill):

 

“Abbiamo pensato che ci fosse un enorme potenziale nel prendere quello che Goodreads aveva fatto sul web per i libri per costruire un esperienza di lettura mobile” Racconta Berggren. “Così invece di leggere il tuo libro e poi pensare ‘okay ora vado su Goodreads, cerco il libro, lo aggiungo al mio profilo e scrivo una mia recensione’ volevamo fare in modo che si potesse condividere ed esprimere un’opinione direttamente da DENTRO il libro“.

 

Il risultato è stupefacente, Berggren e il suo team avevano progettato l’app Readmill in modo che le parole – e soltanto le parole – fossero il punto focale di ogni pagina. Ma se poi si trovava un passaggio particolarmente interessante era possibile evidenziarla e commentarla direttamente all’interno del libro sulla destra. Altri utenti Redmill che leggevano lo stesso libro potevano visualizzare questi commenti e aggiungere i loro. In questo modo si generavano delle discussioni – un social netowork – all’interno del libro, senza nessun bisogno di doverlo abbandonare. Il format social-network-nel-libro permette inoltre di aggiungere alla discussione anche l’autore. Ovviamente se il lettore non voleva vedere i commenti degli altri utenti era possibile semplicemente disabilatarli.

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Tuttavia l’esperimento di Readmill non è andato esattamente a buon fine. Lo scorso 28 marzo la start-up di Berlino è stata acquisita da Dropbox che ha annunciato di sopprimere il servizio e di acquisirne la tecnologia: Dropbox acquires and absorbs reading app Readmill; app will be shut down. I fondatori hanno espresso il loro rammarco in questo post: Epilogue

Ma nonostante il fallimento della start-up, le grandi aziende mostrano molto interessate verso i social network e le esperienze di social reading. Dopo l’acquisizione di Goodreads da parte di Amazon nell’aprile dello scorso anno, ora l’azienda lo ha iniziato a integrarlo alle funzionalità del Kindle per permettere agli utenti di accedere al social network direttamente dal dispositivo di lettura: Goodreads users can now sync Amazon purchases with their accounts.

Anche Maurizio Caminito parla di social reading in  I nuovi paradigmi della lettura digitale, tra raccomandazioni e “reading life” partendo dal meccanismo delle raccomandazioni online:

 

La rete ci ha spesso abituato a continui cambi di scenario. E proprio quando il sistema delle raccomandazioni si salda con le piattaforme di acquisto on line, il social reading riparte da un altro punto: il libro.

Servizi online come HighlighterOpenmargin, l’italiana Bookliners e Kobo offrono la possibilità di commentare i singoli passi di un libro, condividere opinioni e notazioni, confrontarsi, fruire informazioni aggiuntive riguardo a personaggi e luoghi narrati.

 

Mentre Alessio Jacona affrontava l’argomento qualche tempo fa riprendendo alcune riflessioni di Gino Roncaglia:  Social Reading is here

 

 

 

 

07. maggio 2014 by Francesca Carabini
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Lo stato della lettura mobile nei paesi emergenti: Il report dell’UNESCO

f000d0032aNel 2014 l’UNESCO ha pubblicato un report molto interessante che riguarda lo stato della lettura mobile in alcuni paesi emergenti. Secondo il report infatti oltre 774 milioni di persone non hanno la possibilità di accedere alla lettura a causa della scarsa reperibilità dei libri di testo. Il problema non è nuovo, ma oggi, grazie alle nuove tecnologie e alla grande diffusione che hanno avuto gli smartphone, l’accesso al testo diventa più semplice anche per queste popolazioni. Il report si focalizza in modo particolare su sette paesi: Etiopia, Gana, India, Nigeria, Pakistan, Uganda, Zimbabwe.

Si legge:

La lettura è molte cose ma deve necessariamente iniziare con l’accesso al testo, o in modo più appropriato, al libro. Eppure in molte parti del mondo questo accesso è inesistente o gravemente carente. [...] Ancora nel XXI secolo nonostante gli avanzamenti fatti nel settore editoriale, i libri di carta continuano ad essere dispendiosi da progettare, dispendiosi da stampare, dispendiosi da distribuire e fragili. A partire dall’invenzione del linguaggio scritto, i libri hanno da sempre rappresentato un oggetto ad esclusivo utilizzo delle élite. [...] E anche oggi il libro fisico continua ad essere una risorsa scarsa per molte popolazioni.

[...] I network digitali, i computer, i processori e i display a cristalli liquidi rimuovono i vincoli di produzione che hanno reso la lettura un’attività estremamente dispendiosa per secoli. Oggi con una buona connessione ad Internet è possibile accedere a una quantità di testi maggiore che in tutte le librerie fisiche mai costruite.

Ben Stanford ha realizzato un’infografica del report pubblicata sul sito Ebook Friendly [Literacy in the mobile era] e qui riproposta. Ma puoi leggere il report per intero in questo link: Reading in the mobile era

 

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02. maggio 2014 by Francesca Carabini
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7 Modi in cui il self-publishing può cambiare l’editoria

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[Tom Gauld, Siete solo invidiosi del mio zaino a razzo]

Il self-publishing è un fenomeno molto di moda in questo momento, in particolar modo in America dove autori come Amanda Hocking, John Locke o il più recente Hugh Howey hanno dato maggiore legittimità a quello che inizialmente veniva definito “vanity publishing”. Molte le reazioni, spesso negative e di snobismo davanti a un processo che permette, per dirla con Clay Shirky, di rendere la pubblicazione un pulsante, e di portarla potenzialmente alla portata di tutti.

Ma come si riflette questo meccanismo sul settore editoriale?

Mark Coker, CEO di Smashword, piattaforma americana di self-publishing affrontava indirettamente l’argomento all’inizio dell’anno, nelle sue previsioni sull’editoria per il 2014: 2014 Book Publishing Industry Predictions — Increased Competition Between Traditional Publishers and Indie Authors. Ma, al di là di alcune previsioni ottimistiche e che probabilmente si adattano meglio alla situazione americana, Coker offre alcuni spunti di riflessione che potrebbero essere interessanti. Anche Alison Baversotck dal Guardian (versione UK) aveva affrontato l’argomento in Ten ways self-publishing has changed the books world. L’articolo risale a un anno fa, che per la vita di una notizia può sembrare un tempo molto lontano, ma è il caso di sottolineare che nei paesi anglofoni come America e Inghilterra, il self-publishing presenta una situazione più definita e maggiormente sviluppata.

 

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Alcune riflessioni organizzate in 7 punti:

  • «Il fallimento non è più un’opzione»: «La prossima generazione di scrittori – scriveva Mark Coker – potrà iniziare a scrivere un libro con la piena fiducia che in un modo o nell’altro, verrà pubblicato. […] Una volta che uno scrittore si rende conto che il potere si è spostato dagli editori agli scrittori, si apre per lui un nuovo mondo di possibilità». Se il self-publishing, afferma Coker, può rappresentare una palestra di allenamento per l’autore emergente, l’autore affermato, avrà la possibilità di scelta tra le due opzioni, considerando che il self-publishing permette di avere maggior controllo su tutto il lavoro oltre che delle percentuali sulle vendite molto più alte. L’editore, nel self-publishing, non rappresenta più il filtro di accesso all’editoria e questo cambia le dinamiche nel rapporto con gli autori.

 

  • Il nuovo spietato giudice è il lettore: «Sono finiti i tempi in cui riponevamo piena fiducia nelle scelte degli editori e degli agenti, nel fatto che conoscessero perfettamente i gusti di tutti, quello che volevamo (o dovevamo) leggere. – scrive Alison Baversotck – E sapessero individuare tutto ciò che meritava la nostra attenzione». Ora sono i lettori, in base ai loro personali gusti, a determinare il successo di un autore piuttosto che di un altro. E le informazioni sulle preferenze dei lettori forti, molto più accessibili grazie agli strumenti digitali e ai social network, diventano il nuovo centro di interesse delle grandi casi editrici. Ne è un esempio la recente acquisizione del social network della lettura Anobii da parte del Gruppo Mondadori: Mondadori compra Anobii.

 

  • Il problema dell’autore diviene farsi trovare: Se tutti possono pubblicare un testo, il numero di libri in circolazione diventa sempre più numeroso, e la concorrenza sempre più serrata. La difficoltà per un autore non risiede più nella pubblicazione, ma nel riuscire a emergere in tanta concorrenza, nel riuscire a farsi trovare dai lettori. perché come ci ricordava Jane Friedman in Audience Development: Critical to Every Writer’s Future «pubblicare un libro NON significa avere dei lettori». Il nuovo problema degli autori indipendenti (ma non solo) si chiama discoverability: What’s the Key to Solving the Book Discoverability Problem?.

 

  • Il marketing entra a far parte dei compiti dell’autore: L’autore, attraverso il self-publishing acquisisce maggiore consapevolezza del proprio lavoro, viene coinvolto all’intero di tutto il processo editoriale, dalla scrittura fino al marketing, argomento che spesso rappresenta un tabù, se associato ad attività creative o (presunte) artistiche. Ma il marketing dell’autore non ha nulla a che vedere con l’idea che viene spesso associata alla parola “marketing”. Si tratta di coltivare una rete di relazioni, attraverso la costruzione di una solida Author Platform «se sei un autore – scrive Marc Coker – la tua platform rappresenta la tua abilità di raggiungere i lettori».

 

  • «Gli editori rivaluteranno il loro approccio al self-publishing»: Secondo Mark Coker il fenomeno non può più essere ignorato dagli editori, che, invece di denigrarlo, dovrebbero sfruttarne le potenzialità. Anche Letizia Sechi ne parlava alla fine del 2013 in un articolo molto ben fatto: 5 cose che un editore avrebbe già dovuto imparare dal self-publishing. Scrive: «Il self publishing, piaccia o no, è stata una forte leva di cambiamento nell’editoria, dal 2011 in poi, e in vari modi: nelle relazioni tra autore ed editore e tra autore e lettori; nella dinamica dei prezzi, specialmente per gli ebook; nell’aumentare dell’offerta di titoli pubblicati. Ci sono molte lezioni che gli editori avrebbero già dovuto imparare dai (bravi) self publisher, ma non solo non sembrano essere ancora nel loro radar: prevale spesso un atteggiamento di superiorità miope e pericoloso rispetto al fenomeno».

 

  • La pubblicazione può essere un servizio: In un contesto in cui la pubblicazione diviene alla portata di tutti, può cambiare anche il valore che le viene attribuito. Il self-publishing in questo senso ne può ampliare i campi di applicazione sfumandone il significato. E in alcuni casi può divenire un servizio, per gli autori (Amazon Publishing: Authors Are Customers) ma non solo. Un particolare esempio di come il servizio di pubblicazione online può essere utilizzato è Alexandria, la piattaforma di self-publishing nata per la condivisione delle risorse didattiche e sviluppata da un progetto di Agostino Quadrino.

 

  • Maggiore consapevolezza digitale. Sebbene sia possibile pubblicare un testo anche in carta, Il self-publishing basa essenzialmente le sua forza innovativa sugli strumenti digitali, avvicinando ulteriormente lettori e autori all’editoria digitale, all’utilizzo (oltre che alla creazione) degli e-book e della lettura in digitale e a una maggiore consapevolezza.

 

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Il self-publishing, lo si voglia o meno, può cambiare alcune regole del gioco svecchiando il sistema editoriale e modificando alcune dinamiche nei rapporti tra gli agenti in causa: autore, editore e lettore. Ma per poterne cogliere le potenzialità, è necessario in primo luogo osservare il fenomeno con occhio clinico e soprattutto neutrale.

Ultima fonte proposta, sempre di Mark Coker: 10 Reasons Self Publishing Authors Will Capture 50 Percent of the Ebook Market by 2020.

15. aprile 2014 by Francesca Carabini
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Jeremy Rifkin e l’economia collaborativa

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Consiglio la lettura di un articolo apparso il 15 marzo sul New York TimesThe Rise of Anti-Capitalism

Stiamo assistendo a un paradosso nel cuore del capitalismo, ciò che lo ha spinto alla grandezza, ora ne minaccia il futuro” scrive Jeremy Rifkin.

Il famoso economista è tornato a parlare di sharing economy:

Il dinamismo intrinseco dei mercati concorrenziali sta portando i costi a livelli così bassi che molti beni e servizi sono diventati gratuiti, abbondanti e non più soggetti alle forze di mercato. Mentre gli economisti hanno sempre accolto una riduzione dei costi marginali, non hanno mai considerato la possibilità che una rivoluzione tecnologica avrebbe potuto portare quei costi vicini allo zero”.

 

jeremy-rifkinIl primo sentore, dice Rifkin, è stato nel 1999 quando Napster ha permesso a milioni di utenti di condividere musica senza pagare per il servizio. Il settore musicale è stato il primo ad essere colpito, ma le stesse dinamiche si stanno ripresentando nel settore dell’editoria e dell’informazione. Mentre nel settore manifatturiero sono già in molti a cimentarsi con la stampante 3D e a realizzare in casa i loro prodotti. Il prossimo passo per Rifkin è l’internet degli oggetti che nelle prossime due decadi avvicinerà ulteriormente i costi marginali allo zero. Solo qualche giorno fa è uscita una ricerca per Pew Research che immagina internet nei prossimi 25 anni come qualcosa di molto simile all’elettricità, “meno visibile ma molto più profondamente radicata nella vita delle persone”: Digital Life in 2025

 

Ciò che oggi rende i social commons così rilevanti - scrive Rifkin - è che stiamo costruendo un’infrastruttura dell’Internet degli oggetti che ottimizza la collaborazione, l’accesso universale e l’inclusione, fondamentali per la creazione di capitale sociale e l’avvento della sharing economy. L’Internet degli oggetti è una piattaforma che cambia le regole del gioco e favorisce lo sviluppo di un sistema di collaborazione accanto al mercato capitalistico“.

 

Rifkin parla dell’ingannevole sviluppo delle nonprofit e di un’economia che sta prendendo una direzione diversa:

Stiamo andando verso un mondo che supera in parte il sistema dei mercati, e dove i beni saranno sempre più interdipendenti, collaborativi e globali”.

17. marzo 2014 by Francesca Carabini
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“Ruba come un artista” di Austin Kleon

ruba come un artistaAustin Kleon è uno che con la creatività ci lavora, basti dire che è stato il consulente creativo per aziende come la Pixar, Google e The Economist.

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16. marzo 2014 by Francesca Carabini
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Uomo Vs Tecnologia: L’intervista di Kevin Kelly

tech-cartoon-1Parlare del rapporto tra tecnologia e società significa affrontare un tema di grande ampiezza ed estremamente delicato. Kevin Kelly, cofondatore della rivista Wired America e teorico di cultura digitale, è tornato a parlarne esattamente un mese fa sottoponendosi a un’intervista per il sito culturale The Edge.

Kelly affronta diverse problematiche che emergono nel rapporto tra l’uomo e l’utilizzo delle tecnologie.

Ma cosa si intende quando si parla di “tecnologia”?

Spesso si tende ad attribuire questo termine esclusivamente alle tecnologie digitali, per la maggiore familiarità acquisita con le restanti tecnologie.

kelly-kevin-corbis-258La mia definizione di tecnologia – dice Kelly – comprende qualsiasi cosa creata da una mente, perciò ha un vastissimo campo di applicazione, e in questo senso possiamo dire che le prime tecnologie provenivano da animali. La mente collettiva di un formicaio può arrivare a costruire un “grattacielo”. Gli uccelli per esempio intrecciano e tessono, tessono nidi. Mentre i castori costruiscono dighe. Tecnologia è tutto ciò che è stato prodotto dalla nostra mente. Un software ovviamente è una tecnologia, ma lo è anche una strada, o una libreria”.

Kelly parte da una definizione estremamente ampia per arrivare a una visione laica. Si distanzia da teorie tecno-centriche che vedono nello sviluppo delle nuove tecnologie, agli opposti, la soluzione di tutti problemi dell’uomo o il principale dei suoi mali. Il bilancio secondo Kelly, tra quello che si perde nelle adozioni di nuovi strumenti, e quello che si guadagna finisce per essere paritario.

Le tecnologie non plasmano un mondo perfetto, ci dice, al contrario nascono per risolvere dei problemi nati da tecnologie precedenti. Ma creano almeno altrettanti problemi di quanti ne risolvono.

Creano nuove possibilità, ma come saranno sfruttate dipende esclusivamente da chi ne fa uso. Come agli albori della nostra civiltà l’invenzione del martello di pietra poteva essere usata per uccidere qualcuno o per creare nuove strutture allo stesso modo oggi con un computer o con Internet.

The simple answers

[Immagine di xkcd]

 

I prossimi vent’anni, secondo Kelly renderanno pallidi i cambiamenti che stiamo vivendo ora.

Siamo soltanto all’inizio dell’inizio - ci dice – Abbiamo appena iniziato a costruire una società tecnologica”.

Ma per farlo, per capire davvero le nuove tecnologie, e per poterle sfruttare al meglio, continua Kelly, c’è bisogno di consapevolezza, di alfabetizzazione digitale. Che non è qualcosa che si acquisisce per osmosi, nell’aria, così come non si impara a fare i calcoli semplicemente stando vicino a qualcuno in grado di farli, ma studiando a applicandosi.

Quando vengono inventati nuovi strumenti che poi si diffondono nell’utilizzo comune, esiste sempre un fondamentale divario temporale tra l’accettazione della nuova tecnologia e la sua piena comprensione, la sua giusta collocazione nelle possibilità che può offrire.

Ma non è vietandola che possiamo capirne le reali potenzialità:

Le proibizioni sono sempre soltanto rinvii. Non possiamo regolamentare una tecnologia vietandola. Non possiamo gestirla proibendone l’uso o mettendola al bando. L’unico modo è metterci le mani, essere costantemente vigili, lavorarci e utilizzarla. È attraverso l’utilizzo che possiamo realmente capirla e poi disciplinarla”.

È difficile immaginare il futuro, molto spesso si allontana enormemente dalle nostre aspettative. Basti pensare che quando nacque il Web molti grandi studiosi lo interpretarono come una televisione migliore.

Oggi Google permette di rispondere in tempo reale a tutte le nostre domande, e lo fa in modo molto più veloce della mente umana. La nostra memoria, la nostra conoscenza, non sono più così efficienti a fornire risposte in un mondo in cui la velocità è diventata una prerogativa. E allora qual è il valore umano? Che cosa acquisisce valore quando tutte le risposte possono essere fornite dalle macchine?

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[Eyal Gever crea sculture con una stampante 3D]

 

Kevin Kelly risponde così:

Le macchine forniscono risposte, gli uomini pongono domande.

Nel mondo che Google sta delineando, un mondo di risposte infinite e gratuite, non saranno le risposte ad avere significato e importanza.

Saranno invece le grandi domande a creare valore”.

L’intervista di Kelly dura più di un’ora e affronta tantissime tematiche delicate ed estremamente interessanti, parla di prosumerismo, di tracciabilità di tutte le nostre azioni online e di tanto altro ancora. Fornisce una sua personale visione che merita di essere approfondita per intero e che può generare importanti spunti di riflessione. Qui puoi trovare quasi tutta l’intervista trascritta: The Technium: A Conversation With Kevin Kelly

Mentre questo è il video:

04. marzo 2014 by Francesca Carabini
Categories: Cultura digitale | Tags: , , , | 3 comments

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