Intelligenza Artificiale VS Intelligenza umana

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[Don Relyea, Cityscapes with Ladders and Helipads 2004]

Alcune letture per approfondire l’argomento:

«Perché stiamo costruendo macchine che potrebbero superare e sopraffare la nostra intelligenza?»

Sul Wall Street Journal un articolo di David Gelernter ci mette in guardia sui rischi dei futuri sviluppi dell’intelligenza Artificiale: Machines That Will Think and Feel. Artificial intelligence is still in its infancy—and that should scare us. Soltanto qualche settimana fa un software costruito da Google è riuscito a battere il campione mondiale di GO. Se oggi una macchina riesce a padroneggiare meglio di chiunque altro un gioco che richiede una certa padronanza nella formulazione strategica, dove riuscirà ad arrivare la tecnologia nel giro di pochi anni?

«Perché stiamo costruendo macchine che potrebbero superare e sopraffare la nostra intelligenza?» chiede David. Perché, conclude, risiede nella nostra natura di essere umani: «La mente umana non è una macchina statica e razionale. Imparare è il nostro destino. Non possiamo fermarlo. La nostra più grande scommessa è quella di scoprire tutto ciò che possiamo e andar avanti con gli occhi ben aperti.»

 

3f9b83bf589788dca60bdec3cdaf0b4d[Immagine presa da qui: Singularity: the robots are coming to steal our jobs]

«La coscienza è un fenomeno biologico.»

turing_testBobby Azarian in A neuroscientist explains why artificially intelligent robots will never have consciousness like humans presenta un punto di vista meno fatalistico: «Il cervello e il computer funzionano in modo molto diverso. Entrambi eseguono calcoli, ma solo il primo li può realmente comprendere. E ci sono ottime ragioni per credere che questo non cambierà in futuro.» Le macchine di Touring sono macchine che eseguono operazioni, non sono macchine pensanti, sono in grado di riconoscere dei simboli, non il loro significato. Esiste una differenza sostanziale tra la simulazione di un processo fisico e il processo fisico stesso, scrive Bobby: «la coscienza è un fenomeno biologico.» Si parla di Intelligenza Artificiale dai primi anni ’60 del secolo scorso, preoccupandosi dei possibili effetti di un computer più potente del cervello umano, ma ancora questo tipo di tecnologie esistono soltanto nei libri di fantascienza.

 

«L’era del lavoro di massa potrebbe finire.»

Cecilia Tilli da Slate espone le principali preoccupazioni dei ricercatori di AI in The threats that artificial intelligence researchers actually worry about. Se sospendiamo per un momento i giudizi morali sui possibili sviluppi dell’AI, scrive, la più grande preoccupazione al momento riguarda l’impatto che avrà sul mondo del lavoro. Secondo una ricerca dell’Università di Oxford, almeno il 50% dei posti di lavoro degli Stati Uniti e del Regno Unito sono suscettibili di automazione. «Alcune persone credono che questa volta non sarà diverso da ogni altra automazione che abbiamo vissuto in passato: alcuni posti di lavoro saranno occupati dalle macchine, ma ne verranno creati di nuovi.»

Un articolo del Guardian di qualche tempo fa riportava i risultati di una ricerca che ha analizzato gli ultimi 140 anni di sviluppi tecnologici per comprenderne gli effetti sul mercato del lavoro. Se in passato, conclude la ricerca, l’automazione ha creato più posti di lavoro di quelli che ha distrutto (L’intera analisi è molto interessante: Technology Has Created More Jobs Than It Has Destroyed, Says 140 Years of Data), in futuro tuttavia le cose le cose potrebbero essere diverse. I grandi progressi nei campi dell’Intelligenza Artificiale uniti alla robotica potrebbero creare uno scenario differente e «sostituire così tanti posti di lavoro che l’era del lavoro di massa potrebbe finire.» Se ne parla ancora sul Guardian in Artificial intelligence: ‘Homo sapiens will be split into a handful of gods and the rest of us’.

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 «Gli algoritmi sono come un bambino molto piccolo. Imparano dal loro ambiente.»

Chava Gourarie dal Columbia Journalism Review affronta il problema da un altro punto di vista. In un articolo estremamente interessante (Investigating the algorithms that govern our lives) parla di algoritmi: «Gli algortimi sono potenti, – scrive – segreti  e governano parti essenziali della nostra società. Sono tutto tranne che oggettivi, perché sono il prodotto della fantasia umana. […] Sono stati costruiti per approssimare il mondo in un modo che si adatta agli obiettivi dei loro architetti e che incorpora una serie di assunti su come funziona il mondo e su come dovrebbe funzionare.» La responsabilità degli algoritmi è una disciplina in crescita, che cosa succederebbe se vivessimo in un mondo completamente governato dagli algoritmi? Gli algoritmi possono essere razzisti? Forse dovremmo riflettere più profondamente sulle implicazioni che una formula matematica apparentemente oggettiva potrebbe avere all’interno della nostra società, soprattutto perché il modo in cui la modellano dipende essenzialmente da chi costruisce quegli stessi algortimi. «Gli algoritmi sono come un bambino molto piccolo. Imparano dal loro ambiente.»

 

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[Vladislav Ociacia]

Ad oggi forse non possiamo realmente immaginare fino a che punto si spingeranno le tecnologie legate all’Intelligenza Artifiaciale. Possiamo soltanto tenere a mente che il modo in cui le tecnologie si svilupperanno e il posto che prenderanno nel nostro contesto sociale in futuro, dipende soltanto dal nostro presente.

02. maggio 2016 by Francesca Carabini
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