Tecnologie distruttive, tecnologie umane

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[Immagine presa da qui]

Leggere un romanzo su un e-reader piuttosto che su un libro di carta ci farà ricordare meno dettagli una volta finito? Scrivere al computer piuttosto che a penna cambierà il nostro modo di imparare? Internet ci renderà stupidi? Possono essere preoccupazioni fondate e a oggi probabilmente non si conoscono ancora tutte le implicazioni e gli effetti di un piccolo cambiamento nelle nostre abitudini. Il punto è che ci si preoccupa degli effetti delle nuove tecnologie praticamente da sempre, da quando esistono ‘nuove tecnologie’. Ne parlavo anche qui: Uomo Vs Tecnologia: l’intervista di Kevin Kelly e qui: Internet ci rende stupidi? Appunti da Frank Rose). Ne parla anche Adrienne Lafrance dall’Atlantic in In 1958, People Said the Telegraph Was ‘Too Fast for the Truth’:

Una nuova razza di persone che sentono solo dall’orecchio sinistro

Quando il telegrafo permise al Nord America di comunicare con l’Europa in pochi minuti invece che in diversi giorni – scrive Adrienne Lafrance - le testate dei giornali mostrarono grande preoccupazione per l’enorme velocità di trasmissione. Con l’arrivo del telefono si parlò addirittura della futura nascita di una nuova razza di persone left-eared, che avrebbero sentito meglio con l’orecchio sinistro piuttosto che con il destra a causa dell’eccessivo utilizzo della nuova tecnologia. Mentre la radio nel 1924 produceva “soltanto rumore”, la televisione era pericolosa perché troppo affascinante, e il Walkman ci avrebbe resi tutti antisociali. Non trovate qualcosa di familiare in queste preoccupazioni?

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[Randall Munroe (xkcd), l'immagine viene da qui]

Potete leggere anche: Stop Saying Technology is Causing Social Isolation

«E, naturalmente – continua Adrienne Lafrance - c’è Internet, accusato per fenomeni antisociali, di erosione della privacy, perdita di tempo, e depravazione di tutti i suoi predecessori tecnologici messi insieme.» Per quanto sia importante opporre conoscenza e senso critico all’adozione passiva e inconsapevole delle nuove tecnologie, l’allarmismo diffuso non porta a nulla se non accompagnato da una riflessione più profonda, che forse sarebbe meglio aprire a una prospettiva che comprenda anche le scienze umane.

L’umanità delle tecnologie

Ne parla Gianpiero Petriglieri in un bell’articolo sull’Harvard Business Review: Technology Is Not Threatening our Humanity – We Are.

Scrive: «Una tecnologia non può essere detta rivoluzionaria solo perché attribuisce più potere ai leader: non c’è niente di rivoluzionario in un leader che utilizza nuovi strumenti per espandere il proprio potere. Una tecnologia può essere detta rivoluzionaria solo se cambia il modo in cui il potere viene vissuto, capito, distribuito.»

Allo stesso modo «una tecnologia non può essere detta più umana semplicemente perché permette alle persone di trasmettere le loro storie. Non c’è nulla di umano nell’usare nuovi strumenti per proteggere e far valere le proprie storie.» Una tecnologia può essere detta più umana «solo se ci permette di comprendere meglio gli altri.»

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[Immagine popolare di qualche decennio fa che rappresenta delle persone sul treno che leggono il giornale invece di parlare tra di loro]

Sono le scienze umane, secondo Petriglieri, la chiave per condurre un’adeguata ricerca dal profilo tecnologico: devono rappresentare una guida nei fini e negli obiettivi di ogni indagine. L’atteggiamento più sbagliato, dice, è cercare a tutti i costi nelle Humanities un’utilità pratica e concreta, trasformandole in altro, trasformandole in una semplice strategia.

Forse quello che possiamo auspicare per il futuro è di trovare sempre più punti di intersezione tra discipline scientifiche e umanistiche per poter comprendere meglio le possibilità, le finalità e i pericoli che si celano dietro le innovazioni e i nuovi media, andando oltre i facili allarmismi. Avremo sempre più bisogno della capacità di spiegare le nuove tecnologie in termini umanistici, che può essere un modo per renderle più umane.

Petriglieri conclude così:

«Potremmo non essere in grado di controllare la velocità degli sviluppi tecnologici, ma possiamo ancora scegliere dove vogliamo andare.»

 

11. novembre 2015 by Francesca Carabini
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